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Covid-19, primo semestre 2020: fatturato delle società di capitali giù del 20%

Secondo le simulazioni FNC (Fondazione Nazionale dei Commercialisti) il Covid-19 ha cancellato 280 miliardi di euro rispetto al fatturato 2019 di 830 mila società. Crollo più ampio nel Nord-est (-21,3%) e al Sud (-21,2%), più contenuto nelle Isole (-17,6%) e al Centro (-18,3%)

Roma 13 lug 2020 – Secondo le simulazioni FNC sul fatturato delle società di capitali nel primo semestre 2020, il Covid-19 ha cancellato 280 miliardi di euro rispetto al fatturato 2019 di 830 mila società. Si tratta di un crollo del 20%, più ampio nel Nord-est (-21,3%) e nelle regioni meridionali (-21,2%) e un po’ più contenuto nelle Isole (-17,6%) e nel Centro (-18,3%).

È vero che qualsiasi esercizio di stima sull’impatto economico del Covid-19 in questo momento può sembrare velleitario. Del resto, i più importanti istituti di previsione stanno diffondendo stime sul Pil 2020 che appaiono a dir poco catastrofiche. Ultima, in ordine di tempo, la Commissione Ue che per l’Italia vede un crollo dell’11,2% contro il -8% sul quale è stato costruito il DEF 2020 e che appare ormai decisamente superato.

Tra i dati diffusi fino ad ora, sappiamo solo che nel primo trimestre dell’anno il Pil ha subito un calo del 5,3% sul trimestre precedente e del 5,4% sullo stesso trimestre del 2019. Si tratta di una contrazione già forte in un trimestre che ha subito in maniera molto limitata gli effetti dell’emergenza, mentre per il secondo trimestre, quello nel quale ricadono le più importanti misure del lockdown, le attese sono di un calo intorno al 20%.

È anche vero, però, che gli ultimi indicatori congiunturali, quelli relativi a maggio e giugno, periodo nel quale le misure di restrizione sono state significativamente ridotte in Italia, descrivono una immediata reazione positiva. Ad esempio, nel mese di maggio, le vendite al dettaglio, secondo l’Istat, sono aumentate del 24,3% in valore rispetto ad aprile, con un calo però del 10,5% rispetto a maggio 2019.

È evidente, dunque, che il quadro economico presenta ancora elevati livelli di incertezza sulla dinamica dell’attività produttiva di quest’anno e ciò rende particolarmente difficile misurare l’andamento del fatturato delle imprese italiane. Pur tuttavia, la FNC, che da alcuni anni cura l’Osservatorio sui bilanci delle Srl, ha deciso, in occasione dell’aggiornamento dell’Osservatorio sui bilanci 2018, di effettuare alcune simulazioni sul fatturato di tutte le società di capitali nel primo semestre dell’anno. Si tratta di simulazioni, dunque, e non di vere e proprie stime. In altre parole, in questo esercizio, vediamo cosa succede al fatturato aggregato semestrale delle società di capitali italiane sulla base di una serie di ipotesi riguardanti una determinata catena di effetti (calo domanda, blocco offerta per sospensione attività, prosecuzione in smart working, riaperture graduali, mancate riaperture, ecc…) che hanno riguardato l’economia italiana nel periodo considerato.

Il semestre appena chiuso, infatti, è stato contraddistinto da veri e propri blocchi dell’attività produttiva accompagnati da forti cali della domanda di beni e servizi sia interna che estera. In particolare, il 22 marzo 2020, è stato decretato il blocco totale di tutte le attività economiche ad eccezione di alcune attività essenziali la cui prosecuzione doveva essere accompagnata dal rispetto di precisi protocolli di sicurezza. I primi blocchi, circoscritti a delimitati focolai di infezione, risalgono al 23 febbraio 2020, mentre il primo provvedimento a carattere nazionale risale al 9 marzo 2020. Il blocco totale, meglio noto come fase 1 del lockdown, è durato fino al 3 maggio 2020. La fase di ripartenza, iniziata il 4 maggio, è stata graduale anche se ha interessato la totalità delle attività industriali. Prima che il virus attaccasse l’Italia, l’allarme partito dalla Cina il 31 dicembre 2019 ha provocato un impatto pressocché immediato sul commercio internazionale. Il 22 gennaio, quando scattano i primi provvedimenti di quarantena di intere città in Cina, si comincia a percepire la gravità della situazione. Il commercio internazionale subisce pesanti contraccolpi tra fine gennaio e inizio febbraio. La Cina è un paese troppo importante nelle relazioni commerciali internazionali e i blocchi attivati, sia quelli interni all’economia cinese sia quelli esterni che vietano spostamenti da e verso la Cina, si ripercuotono immediatamente sulle catene globali del valore. Quando in Italia scatta l’allarme, intorno al 22 febbraio, l’economia globale è già sotto schock. Inizia, dunque, ancora prima del lockdown esteso, una fase di contrazione dei consumi unita all’interruzione dell’offerta in alcuni settori produttivi, primi fra tutti le attività dei trasporti e quelle turistiche con immediate ripercussioni sui settori dei carburanti e delle forniture energetiche. Durante la fase del lockdown, viene estesa la possibilità per le imprese di fare ricorso a modalità di lavoro a distanza. Questa possibilità riguarda non solo le attività dei settori per i quali non è stata prevista la chiusura obbligatoria, ma anche quelle dei settori sottoposti a lockdown. Inoltre, viene data la possibilità ad alcune imprese operanti nei settori chiusi di chiedere una deroga specifica per la prosecuzione dell’attività. Allo stesso tempo, come ha rilevato l’Istat nell’indagine sulle imprese che ha svolto nel mese di maggio, alcune imprese non sottoposte a chiusura hanno scelto deliberatamente di interrompere l’attività. Alcune di queste hanno riaperto poco dopo, altre lo hanno fatto solo dal 4 maggio, altre ancora hanno dichiarato di non essere in grado di ripartire nel corso del 2020.

A marzo, e per il solo mese di febbraio, l’Istat stimava un calo del 15% dei flussi nelle strutture ricettive oltre ad un calo generalizzato della fiducia delle imprese. Sulla base dei primi provvedimenti adottati a marzo, l’Istat stimava pari al 42,6% il fatturato annuo realizzato dalle imprese operanti nei settori sospesi. A partire dal mese di aprile, tutti gli indicatori congiunturali dell’economia italiana mostravano cali significativi. Ad aprile, l’Istat ha diffuso una stima relativa al calo dei consumi in atto e alle ripercussioni che questo avrebbe avuto sul Pil 2020. In uno scenario che avrebbe visto il lockdown cessare a inizio maggio, i consumi avrebbero perso il 4,1% annuo, mentre, in uno scenario di chiusura prolungato per altri due mesi, il calo dei consumi sarebbe stato del 9%. Inoltre, l’Istat, a più riprese, ha diffuso dati molto dettagliati sui settori produttivi attivi e sospesi. In particolare, dalle analisi dell’Istat si evince come, durante la fase 1, e cioè dal 22 marzo al 3 maggio, il fatturato delle imprese operanti nei settori sospesi per decreto è pari al 41,4% del totale. Infine, ancora l’Istat, nell’indagine sopra richiamata, ha stimato pari all’8,8% (con punte del 49% nelle attività dei settori “Informazione e comunicazione” e del 37% nei settori “Attività professionali, scientifiche e tecniche”, senza considerare i settori della PA esclusi da questa analisi) il personale delle imprese complessivamente impegnato in attività di lavoro a distanza nel bimestre marzo-aprile, che corrisponde, per grandi linee, alla fase 1 del lockdown.

Sulla base di questi ed altri dati Istat ed a partire dai dati di bilancio di 830 mila società di capitali, sono state effettuate le simulazioni presentate dalla FNC. Le differenze territoriali – nel documento sono riportate anche le simulazioni a livello provinciale – riflettono la diversa struttura produttiva territoriale, soprattutto la diversa composizione del peso del fatturato proveniente dalle attività industriali e del commercio che esprimono il peso maggiore in termini di fatturato delle società di capitali italiane e che risultano essere anche le attività più interessate dal lockdown. In particolare, il fatturato delle società di capitali dell’industria e di quelle del commercio, complessivamente prese, pesa per il 69% sul fatturato totale. Inoltre, nel corso della fase 1 del lockdown, il fatturato delle società appartenenti ai settori chiusi per decreto è stato pari a 41,2% per l’industria e 43,9% per il commercio, con molti sottosettori con valori anche pari al 100% (ad esempio l’intero settore automobilistico).

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